
Entrando nel campo, il muro che corre sulla destra, e che oggi è carico di fotografie di caduti e di lapidi, è passato alla storia come il “muro del pianto”. Su quel muro erano inchiavardate delle catene alle quali si agganciavano i deportati in punizione, non per impiccarli, ma per farli rimanere ritti per uno, due o tre giorni, a seconda della punizione, il che sarebbe stato anche sopportabile. Talora, però, quando di notte rientravano ubriache, le SS andavano nell'ultima sezione del campo, ove c'erano le gabbie dei cani, ne liberavano alcuni e li aizzavano contro i prigionieri incatenati e noi, quando al mattino uscivamo per recarci al lavoro, vedevamo quei poveretti sbrindellati dai morsi e dalle unghiate dei cani.