Il processo Chmielewski, celebrato alla
corte di assise di Ansbach dal gennaio all’aprile 1961, merita una menzione
particolare.
Chmielewski Karl, maggiore delle S.S., non fu conosciuto dagli italiani perchè
lasciò il comando del lager di Gusen nel 1942 per assumere altro e più
importante incarico.
Dagli italiani di Gusen furono però conosciuti i suoi metodi perchè vennero
largamente adottati dai suoi successori, metodi consistenti in molteplici
variazioni sul tema della “morte con acqua”.
Chmielewski faceva legare i deportati a dei pali in pieno inverno e incaricava
i kapos di gettare loro addosso secchi d’acqua fino a quando i deportati si
trasformavano in statue di ghiaccio; altre volte, d’estate, li appendeva per i
piedi immergendone la testa in secchi pieni d’acqua; altre volte li buttava in
una vasca con una pietra appesa al collo.
Di questo processo è particolarmente interessante la requisitoria coraggiosa del
pubblico ministero, Dott. Grethlein, il quale, chiedendone l’ergastolo, fra
l’altro disse:
“quel che è successo da noi (in Germania), e dobbiamo avere il coraggio di
ammetterlo, è stata una vergogna per l’intero popolo tedesco. Noi ci sentiamo
gelare dall’orrore quando pensiamo che crimini così spaventosi, come quelli che
abbiamo udito rievocare nel corso di questo processo dai testi, sono stati
compiuti in nome di un governo germanico. Il quale insigniva poi i carnefici con
decorazioni di guerra. Noi non osiamo alzare gli occhi al cielo, se pensiamo che
le stragi di innocenti effettuate a Gusen sono soltanto una piccola parte di
quelle operate in Germania e nei paesi occupati. Si, lo ripeto, Mauthausen e
Gusen sono una nostra vergogna, e sono anche la vergogna del XX secolo”.
Reo di aver scelto per le sue vittime la variazione sul tema “morte con l’acqua”. In inverno con 10/15 °C sotto lo zero faceva legare a pali eretti sulla piazza dell’appello prigionieri nudi che poi venivano colpiti con secchiate d’acqua fino a che diventavano statue di ghiaccio, mentre in estate faceva legare i prigionieri per i piedi in modo che la testa venisse immersa in un mastello d’acqua e si godeva l’agonia delle povere vittime.