Vivere accanto a Mauthausen[1]

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Questa è la cosa che avrei voluto capire dopo la guerra. Nient’altro. Come un essere umano può rimanere indifferente. Io capivo gli esecutori; anche le vittime, sebbene con più difficoltà. Riguardo agli altri, invece, tutti gli altri, quelli che non erano né a favore né contro, quelli che si adagiavano passivamente, quelli che ripetevano a se stessi: «La tempesta passerà e tutto tornerà di nuovo alla normalità», quelli che si ritenevano al di sopra della battaglia, quelli che erano permanentemente e semplicemente degli spettatori -  erano tutti vicini a me, incomprensibilmente[2].

        Tra il 1938 e il 1945, i cittadini di Mauthausen vissero accanto a uno dei più noti campi di concentramento nella storia del Terzo Reich. E oggi la domanda che in molti si pongono è se questi stessi cittadini fossero a conoscenza di ciò che accadeva a due passi da casa loro o se si comportassero con indifferenza, perché «come dei buoni vicini essi scelsero di non disturbare»[3] .

Molte delle testimonianze di cui disponiamo a proposito del lager sono di ex deportati; invece, quasi nessuno dei civili, “spettatori” di ciò che è accaduto a Mauthausen, ha mai parlato delle proprie esperienze di quegli anni, gli anni appunto del Terzo Reich.

        All’epoca, Mauthausen era considerata la principale fonte di granito da costruzione per strade, ponti e monumenti delle città europee, e qui proprio per questo motivo Heinrich Himmler[4] nel 1938 decise di collocare uno dei più grandi campi di concentramento, che - grazie al lavoro dei prigionieri - avrebbe contribuito all’espansione economica tedesca.  L’impresa sarebbe dunque stata gestita dalle SS, che, ostacolate in certo senso[5] dalle autorità pubbliche, cercarono la complicità dei residenti. Questi ultimi, infatti, trassero alcuni vantaggi dalla nascita del campo, in quanto la rinascita dell’industria estrattiva procurò posti di lavoro ai civili e ai sorveglianti nelle cave gestite dalle SS.

        Per la costruzione del campo le SS dovettero acquistare alcuni terreni nei dintorni da proprietari privati, la maggior parte agricoltori. Molti anni dopo, nel 1965, uno di questi ricorda: «la mia fattoria si trovava nelle immediate vicinanze di quella che era allora la proprietà delle SS. […] Anch’io ho dovuto cedere porzioni di terra all’amministrazione delle SS e sono dell’opinione che le SS non le pagarono male»[6]. Questo stesso agricoltore continua dicendo: «Io stesso ho visto, in infinite occasioni, come i prigionieri erano maltrattati. Ho visto anche come venivano fucilati»; eppure, nonostante ciò che sapeva, egli continuò a mantenere i suoi rapporti commerciali con le SS:

Tutti gli ufficiali delle SS e lo stesso Ziereis compravano latte da me. Io avevo una buona intesa con Ziereis; se avevo bisogno di qualche cosa mi rivolgevo a Ziereis e lui veniva sempre incontro alle mie richieste. Per esempio una volta avevo bisogno di imbianchini per tinteggiare la mia casa ed egli mi mise a disposizione due pittori e due SS di guardia. I due internati erano due pittori accademici ma come imbianchini furono un disastro. Io intanto avevo dato da mangiare, e bene, a tutti e quattro.[7]

Il campo di concentramento, inoltre, contribuì con il lavoro dei prigionieri alla realizzazione di progetti pubblici a beneficio dei residenti.

        Ovviamente il lager suscitò curiosità tra i civili e benché le SS non si preoccupassero troppo di tenere la popolazione all’oscuro di ciò che accadeva nell’area dello stesso campo, proprio nei pressi del lager le stesse SS collocarono degli avvisi in cui si affermava che “i residenti dovevano ignorare ciò che non potevano altrimenti evitare di vedere”[8]; gli stessi cittadini obbedirono, pur avendo la piena consapevolezza del terrore che regnava nel campo. Tuttavia, pur con queste restrizioni, il contatto tra il campo e i residenti di Mauthausen era inevitabile. Una delle strade più frequentemente usate dai cittadini passava, ad esempio, dietro alla cava di pietra “Vienna Ditch”[9], poco distante da Mauthausen. In questa cava gli internati erano al lavoro e venivano torturati a morte; i civili che abitavano nei pressi della cava dovevano oltrepassare quotidianamente la strada per andare in città - chi per lavorare, chi per andare a fare delle semplici commissioni - e per l’attraversamento dovevano attendere, presso uno dei cancelli situati all’estremità, che una guardia desse loro il permesso. Appena varcato il cancello, i civili venivano accompagnati da un sorvegliante in un’area, all’inizio della quale un cartello intimava di avanzare velocemente se si teneva alla propria incolumità: «Achtung! Lagerbereich Betreten wird ohne Anruf Scharf geschossen» (Attenzione! Si sparerà senza alcun preavviso a chiunque metta piede nell’area del campo)[10]. L’incubo finiva una volta che le persone erano giunte dall’altra parte. Cosi i civili iniziarono a capire che finché rispettavano la barriera tra il campo e la città potevano dedicarsi indisturbati ai propri affari.

         Oltre ai residenti in transito tra il campo e la città, vi erano altre persone che avevano la possibilità di conoscere in modo ben più preciso la brutalità nei confronti degli internati. Erano i 171 civili che nel 1939 lavoravano come impiegati per conto della Società tedesca di costruzioni di terra e di pietra (la DEST, Deutsche Erd- und Steinwerke GmbH), di proprietà delle SS. Questi lavoratori avevano ovviamente l’obbligo di non raccontare niente di ciò che vedevano nel campo, ma essi stessi, durante le ore di pausa, si riunivano in taverne o ristoranti e a volte, «quando la lingua si scioglieva per l’alcool o nel fervore della conversazione, essi finivano con il parlare di quanto avevano visto o sentito degli avvenimenti del vicino campo»[11]. Ovviamente queste rivelazioni condussero all’arresto di quelli che le fecero e di coloro che esprimevano sentimenti di pietà nei riguardi degli internati.

        Oltre a rapporti di tipo economico ci furono anche legami sentimentali: alcune donne residenti vicino a Mauthausen ebbero relazioni con i sorveglianti del campo (era meno frequente il caso di uomini che avessero rapporti con donne naziste); tuttavia quasi tutte queste relazioni cessarono nel momento in cui le donne vennero a conoscenza delle atrocità che venivano commesse nel campo da parte delle SS. Sicuramente alcuni abitanti disapprovavano con veemenza ciò che accadeva e ciò che vedevano nel campo, ma tenevano la bocca chiusa anche per paura. Infatti alcune testimonianze rivelano che vittime delle SS non furono solo gli internati ma anche i cittadini quando, per esempio, le guardie dopo i loro turni, andavano in città per divertirsi e molte volte, ubriache, causavano dei danni.

        La notte tra il 1° e il 2 febbraio 1945, 495 prigionieri, tutti ufficiali sovietici, tentarono di scappare dal campo cercando rifugio ovunque. Molti si diressero verso le abitazioni della zona, chiedendo disperatamente aiuto. Alcuni civili, svegliati nel cuore della notte dal suono delle sirene, si rifiutarono di aiutare i fuggiaschi, altri invece li sfamarono, ma non offrirono loro un nascondiglio, altri ancora aiutarono invece le SS ad uccidere gli internati. Infatti, durante la caccia ai fuggitivi, la popolazione di Mauthausen fu coinvolta a tal punto che tutti gli uomini - vecchi e giovani che fossero - furono arruolati nel Volkssturm, e la Gioventù hitleriana ricevette l’ordine di prendere parte alla ricerca e alla strage degli internati. L’ordine era infatti:

Alcune centinaia di pericolosi criminali sono scappati dal campo di concentramento di Mauthausen. Rappresentano un grave pericolo per la popolazione e vanno subito resi inoffensivi. Nessuno di loro deve essere fatto prigioniero, tutti devono venire liquidati sul posto […] per chi li nasconde – Morte. Per chi offre loro assistenza – Morte[12].

Quello che accadde in quei giorni è molto difficile da descrivere. Si misero armi in mano a persone che erano state onorevoli agricoltori e lavoratori, fino a quel momento, e ora questi avrebbero dovuto sparare a un essere umano.[13] Infatti i civili che venivano arruolati sembravano essere usciti di senno e sparavano a sangue freddo senza nessuna esitazione. Alcuni individui, che si erano macchiati del delitto dell’uccisione di un internato, raccontavano orgogliosi come lo avessero ucciso o come la loro vittima li avesse supplicati poco prima di morire. “Questa ebbra temerarietà si incarnava nella parola tedesca Rausch  [qualcosa che si impadronisce di noi][14], uno scatenamento di sensi, una pazza euforia, una sfrenata ondata di sensazioni in cui «si perde ogni punto di riferimento delle cose e della realtà»”[15]. Fortunatamente non tutti parteciparono attivamente all’uccisione, ma alcuni cittadini aiutarono gli ufficiali sovietici fuggiti. Vicino a Mauthausen c’erano due famiglie, i Langthaler e i Mascherbauer, che salvarono tre deportati russi. La signora Maria Langthaler spiegò così il suo gesto:

Io sono cristiana e una cristiana come me è tenuta ad aiutare chi è nel bisogno. […] il Signore Iddio c’è per tutti, non solo per i tedeschi. Questa è una comunità e ognuno deve aiutare l’altro. Io non dovevo chiedere loro a quale partito appartenessero, io non chiedevo assolutamente nulla, per me non faceva alcuna differenza. Solo perché erano degli esseri umani[16].

Dei 495 internati che tentarono di fuggire dal campo solo 419 riuscirono a varcare il confine tra il campo e la città e di questi ultimi ne sopravvissero solo sette. Tutti comunque fuggirono con la speranza di ricevere un aiuto dalla gente che viveva intorno al campo.

  Anche durante le cosiddette “marce della morte” dai campi satellite a quello di Mauthausen, alla fine della guerra, i civili si comportarono in modi diversi: alcuni rimasero indifferenti, chi per paura chi perché non colpito dalle scene d’orrore che scorrevano davanti ai suoi occhi; altri davano del cibo ai prigionieri, malgrado sapessero di correre il pericolo di essere puniti, altri invece, come durante la fuga degli ufficiali sovietici, aiutarono le SS ad uccidere coloro che cercavano di fuggire o che rallentavano il passo, stanchi ed esausti per la marcia strenuante.

Vorrei concludere con una considerazione di Piero Iotti, il quale, parlando dei civili, ha scritto:

i “civili” di quel posto, non erano molto diversi probabilmente, da quelli descritti da Primo Levi:

«… noi per i civili siamo gli intoccabili. I civili, più o meno esplicitamente, e con tutte le sfumature che stanno tra il disprezzo e la commiserazione, pensano che, per essere stati condannati a questa nostra vita, per essere ridotti a questa condizione, noi dobbiamo esserci macchiati di una qualche misteriosa gravissima colpa. Ci odono parlare in molte lingue diverse, che essi non comprendono e che suonano loro grottesche come voci animali; ci vedono ignobilmente asserviti, senza capelli, senza onore e senza nome, ogni giorno percossi, ogni giorno più abietti, e mai leggono nei nostri occhi una luce di ribellione, o di pace, o di fede. Ci conoscono ladri e malfidi, fangosi, cenciosi e affamati e, confondendo l’effetto con la causa, ci giudicano degni della nostra abiezione. […] Per loro noi siamo Kazett, neutro singolare.

Naturalmente questo non impedisce a molti di loro di gettarci qualche volta un pezzo di pane o una patata, o di affidarci, dopo la distribuzione della Zivilsuppe in cantiere, le loro gamelle da raschiare e restituire lavate. Essi vi si inducono per togliersi da torno qualche importuno sguardo famelico, o per un momentaneo impulso di umanità, o per la semplice curiosità di vederci accorrere da ogni parte a contenderci il boccone l’un l’altro, bestialmente e senza ritegno, finché il più forte lo ingozza, e allora tutti gli altri se ne vanno scornati e zoppicanti…»[17].[...] Le parole di Levi e l’episodio che ho vissuto, suggeriscono una riflessione: il nazismo e il fascismo seppero imporsi anche grazie al consenso passivo[18].    

Pinerolo, aprile 2007                                                         Daniela La Pietra 

Bibliografia

Enciclopedia Universalis, Roma, Società Editrice Michelangelo, 1977, versione su CD;

Gordon J. HORWITZ, All’ombra della morte. La vita quotidiana attorno al campo di Mauthausen, Venezia, Marsilio, 2004 (1^ ed. 1994);

Piero IOTTI con Tullio MASONI, Sono dov’è il mio corpo. Memoria di un ex deportato a Mauthausen, Firenze, Giuntina, 1995.

 

[1] Per  questo testo ho utilizzato molte informazioni ricavate dal libro di Gordon J. Horwitz, All’ombra della morte. La vita quotidiana attorno al campo di Mauthausen, Venezia, Marsilio, 2004 (1^ ed. 1994) .

[2] Elie WIESEL, The Town Beyond the Wall, cit. in R. McAfee BROWN, Elie Wiesel: Messanger to All Humanity, Notre Dame, University of Notre Dame Press, 1983, pp. 71-72.

[3]  G. J. HORWITZ, All’ombra della morte, cit., p. 37.

[4] Heinrich Himmler (Monaco di Baviera 1900 – Luneburgo 1945). Esponente del regime nazista, fu capo della polizia e delle SS e fu tra i più spietati esponenti del nazismo (corresponsabile dello sterminio di innumerevoli internati nei campi di concentramento tedeschi). Fu ministro degli interni dal 1943, e verso la fine della guerra tentò di trattare la resa con gli Alleati. Arrestato dagli inglesi, si uccise. (cfr. Enciclopedia Universalis, Roma, Società Editrice Michelangelo, 1977, versione su CD, ad vocem).

[5] Infatti né il sindaco, né il governatore di distretto o la polizia, né  l’avvocato dello Stato furono d’accordo con la politica delle SS, che per la costruzione del campo imponevano le proprie direttive in merito all’ordine pubblico. 

[6] AMM. Q/4/I: Aktenvermerk, Landwrit K., 18 märz 1965, cit. in G. J HORWITZ, All’ombra della morte, cit., p. 47.

[7] Ibidem.

[8] G. J. HORWITZ, All’ombra della morte, cit., p. 53.

[9]  Nome della cava nei pressi dell’area di Mauthausen, di proprietà della città di Vienna.

[10] Intervista a Herr e Frau Juan S., e a Manuel G., Mauthausen, 9 febbraio 1938. Archivio nazionale (NA), Registrazioni del gruppo (RG) 153-5-31-vol.1- Documenti, EX D-28, 5/8/46, in G. J. HORWITZ, All’ombra della morte, cit., p. 54.                                                                                                                     

[11] G. J. HORWITZ, All’ombra della morte, cit.,  p. 56.

[12] G. J. HORWITZ, All’ombra della morte, cit., p. 174-175. La fuga avvenne nella notte tra il 1° e il 2 febbraio, secondo quanto si legge in Horwitz, nella cronologia ufficiale del lager di Mauthausen e in alcune testimonianze di deportati nel lager, tra i quali Aldo Bizzarri e Gino Valenzano. Altri testimoni, tra i quali Sergio Coalova e Vincenzo Pappalettera, parlano della notte tra il 2 e il 3 febbraio.

[13] G. J. HORWITZ, All’ombra della morte, cit., p. 170.

[14] R. HILDBERG, commenti, in Lang (a cura di), Writing and the Holocaust, cit., p.274, cit. in G. J. Horwitz,  All’ombra della morte, cit., p. 182. 

[15] Ernst. Bloch, The Principle of Hope, Cambrige - Massachusetts, p. 128, cit. in G. J. HORWITZ, All’ombra della morte, cit., p. 182.

[16] Kammerstätter, Der Ausbruch der Rüssischen Offiziere und Kommissare aus dem Bloch 20 des Konzentrationslagers Mauthausen am 2. Februar 1945, ms., 1971, p.114, cit., in G. J. Horwitz,  All’ombra della morte, cit., p. 175.        

[17] Primo Levi, Se questo è un uomo, cit. in Piero Iotti con Tullio Masoni, Sono dov’è il mio corpo. Memoria di un ex deportato a Mauthausen, Firenze, Giuntina, 1995, p.46.

[18] Piero Iotti con Tullio Masoni, Sono dov’è il mio corpo, cit., pp. 46-47.