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La storia a noi nota non registra una manifestazione simile alla sua; si deve definirlo “grande”? Nessuno ha provocato tanto giubilo, tanto isterismo, tanta aspettativa di salvezza; nessuno altrettanto odio. Nessun altro, percorrendo per pochi anni un cammino solitario, ha impartito alla sua epoca così incredibili accelerazioni, nessuno ha, come lui, mutato volto al mondo; e nessuno si è lasciato dietro una simile traccia di rovine. Soltanto una coalizione formata da quasi tutte le potenze mondiali è riuscita, con una guerra di quasi sei anni, a svellerlo, letteralmente, dalla terra[…]”.
Sono trascorsi ormai più di sessant’anni da quando Hitler si è ucciso in quel bunker insieme a Eva Braun, ma il Führer continua ancora a far[1] discutere di sé per la sua personalità. Scrive Fest: «l’uomo ha bisogno di una rappresentazione tangibile del male e quando in un mondo laicizzato nel quale nemmeno i bambini credono più al demonio di un tempo si vuole evocare il nemico originario per antonomasia, si richiama alla mente lo spettro di Hitler»”[2]; la maggior parte delle persone lo considera come l’incarnazione del male, ma molti non sanno che lui da solo non sarebbe arrivato da nessuna parte.
Certamente è stato lui l’iniziatore del genocidio ebraico ed è lui che ha fatto scoppiare la guerra, ma senza l’aiuto dei suoi collaboratori non avrebbe realizzato nulla. Egli, infatti, era all’oscuro di molte cose: ai suoi generali diceva che cosa voleva ottenere e non come ci si doveva arrivare: quelli erano problemi soltanto dei suoi aiutanti; molte erano le leggi da lui firmate, ma quasi mai l’iniziativa era sua. In genere non viene definito “eroe” un uomo come Adolf Hitler, il quale - pur essendo giunto al potere grazie alle proprie forze e pur essendo riuscito ad assicurarsi il governo della Germania e non solo - è stato un uomo sgradevole e, se si può dire, incapace non soltanto di mantenere il potere, ma anche di evitare di far cadere lo stato e tutti i suoi ministeri in un vero e proprio delirio (un esempio: si è scoperto che più uffici svolgevano lo stesso lavoro). L’ascesa al potere del Führer non fu altro che una serie di casi fortuiti, come la grande depressione. Agli inizi degli anni trenta, Hitler sperava che il popolo pensasse a lui come l’unico uomo che avrebbe potuto risollevare la Germania dalla crisi economica e la gente cominciava a pensarlo davvero. Inoltre, con le elezioni del novembre 1932 i tedeschi dovettero scegliere tra comunisti, nazisti, socialdemocratici e quei partiti conservatori moderati che erano al potere ma non avevano fatto altro che sconvolgere ancora di più l’economia del paese. Furono la disoccupazione, l’insicurezza e la paura suscitata dal comunismo a dare credito a Hitler, il quale trasmetteva sicurezza e, come si è detto spesso, convinceva il popolo con i suoi discorsi così coinvolgenti (forse questa è una delle poche doti che possono essergli attribuite).
Può essere definito “grande”, allora, un personaggio come Adolf Hitler?
Un antico dogma dell’estetica vuole che non possa considerarsi eroico colui che, pur avendo qualità straordinarie, sia, come uomo, sgradevole. Ed è lecita l’ipotesi - ed è facile fornirne prove – che Hitler fosse, in notevole misura, proprio questo: i numerosi tratti foscamente istintuali, che gli erano propri, la sua intolleranza e la sua sete di vendetta, la mancanza di generosità, il suo materialismo, piatto e nudo, tale per cui soltanto il potere era movente valido ai suoi occhi e tutto il resto era gettato in pasto, come più e più volte accadde, al disprezzo dei commensali con l’etichetta di “balle”.[3]
Hitler non fu mai uno studente brillante e non portò mai a termine gli studi della scuola secondaria, ma eccelleva in disegno ed educazione fisica. Proprio per questo motivo tentò più volte di far parte della scuola di Belle Arti di Vienna, ma non vi riuscì. Rimase per diverso tempo nella capitale cercando di guadagnarsi da vivere vendendo i suoi “dipinti” con l’aiuto di un suo amico ebreo. I suoi disegni non riscuotevano successo, forse per i volti dei suoi soggetti che sembravano vuoti. Hitler non accettava il fatto che i suoi ritratti fossero privi di qualsiasi forma di talento artistico, così accusò il suo amico di tenersi tutto il denaro e di avergliene dato solo una minima parte. Quando giunse al potere, cercò di dare al popolo tedesco un’immagine idealizzata della sua persona, quasi priva di ogni segno di umanità. Si faceva ritrarre come l’uomo perfetto (non voleva mai essere fotografato con gli occhiali da lettura): un uomo che dedicava anima e corpo al suo paese. Forse fu proprio per questo che aspettò la fine per sposarsi con Eva Braun, infatti solo le persone più in confidenza sapevano della loro relazione, che venne a galla alla fine della guerra. Inoltre nascose il proprio passato che era per lui oggetto di vergogna: cambiava dei dati, cancellava tracce e non parlava mai delle sue origini familiari; i parenti che cercavano di entrare in contatto con lui venivano allontanati e sua sorella minore Paula fu costretta a cambiare addirittura cognome. «[…] così non voleva essere figlio di nessuno: l’immagine dei genitori traspare , indistinta, nei capitoli autobiografici del Mein Kampf soltanto in funzione di convalida della sua leggenda»[4].
Hitler – scrive Fritz Wiedemann[5] - faceva la sua comparsa poco prima del pranzo, scorreva in fretta i ritagli di stampa preparati dal capo dei servizi stampa del Reich, Otto Dietrich, e quindi si metteva a tavola. Peggio ancora andavano le cose quando il Führer risiedeva sull’Obersalzberg ( il monte della Baviera meridionale sulle pendici del quale Hitler aveva fatto costruire la sua dimora, la Berghof). Non usciva mai dalla sua stanza prima delle 14 per poi pranzare. Gran parte del pomeriggio lo trascorreva passeggiando; la sera, subito dopo cena, venivano proiettate pellicole[6].
Albert Speer, l’architetto che diventò successivamente Ministro degli armamenti del Terzo Reich, racconta: «quando il Führer si trovava a Monaco, c’erano non più di due ore al giorno per le riunioni. Gran parte del tempo lo trascorreva passando da un cantiere all’altro, frequentando studi, caffè e ristoranti o rivolgendo lunghi monologhi ai suoi aiutanti ai quali erano già ampiamente noti gli immutabili temi e che facevano del loro meglio per nascondere la noia»[7]. Così Speer si chiedeva spesso «quando lavorava davvero? » e la risposta che si dava era: «Agli occhi del popolo, Hitler era il leader che vegliava notte e giorno sulla nazione. Ma le cose non stavano affatto così».
Una risposta alla domanda di Speer fu trovata da Ian Kershaw (riportato nel libro Nazisti, Laurence Speer, pag. 49) in un discorso di poca importanza pronunciato da Willikens[8]:
Chiunque abbia avuto modo di constatarlo, sa che il Führer non può certo imporre dall’alto tutto ciò che intende prima o poi realizzare. Al contrario, a tutt’oggi chiunque abbia un posto di responsabilità nella nuova Germania può dire di aver lavorato al suo meglio quando abbia, per così dire, diretto la sua azione verso il Führer, lungo le strade da lui indicate, e avendo di mira i suoi obiettivi, senza dubbio, sia adesso che in futuro, avrà il più alto premio nella forma della rapida conferma legale della sua opera”. “Lavorare per il Führer è un concetto che rimanda a una singolare forma di struttura politica, tale per cui nessuno dei detentori del potere emani esplicitamente ordini, ma in cui coloro che si trovavano ai gradini inferiori della gerarchia assumano iniziative personali alla luce di quello che suppongano essere lo spirito del regime, e continuino ad attuarle finché non vengano corrette[9].
Le parole di Willikens sono molto chiare e smentiscono i tedeschi che cercavano di difendersi dicendo che ciò che avevano fatto, l’avevano fatto “per seguire gli ordini”. Inoltre ci fanno anche capire come mai più uffici si occupassero delle stesse cose; risulta infatti che, senza qualcuno che lo controllasse, ogni apparato eseguiva ciò che più gli sembrava adatto, senza sapere che lo stessero facendo altri.
Hitler fu molto osannato grazie ai suoi discorsi, privi di qualsiasi forma di ironia e di sottigliezze. «Egli si basava sulle dicotomie, giocava sugli opposti, in particolare gli estremi opposti. Tutto ciò che diceva in pubblico mirava a sollecitare il sì o il no e a negare le eccezioni, le riserve e i compromessi. Più e più volte si è sentito dire che”ipnotizzava” un’intera nazione, ma non era così. Un ipnotizzatore non fa discorsi che convincono soltanto coloro a cui piace quello che odono dire, come faceva Hitler.»[10] Herbert Richter ebbe modo di osservarlo e disse di lui:
[…] E notai che le persone giunte con lui – erano tre o quattro – tenevano gli occhi fissi su Hitler. Per molte persone, in lui doveva esserci qualcosa di affascinante. Hitler cominciò a parlare, e subito provai antipatia per lui. Naturalmente, all’epoca ignoravo ciò che sarebbe divenuto in seguito. Lo trovavo alquanto comico, con quei suoi ridicoli baffetti; non ne restai affatto impressionato. Aveva una voce piuttosto stridula e sbraitava tanto, urlava in quel piccolo locale, e ciò che diceva era di estrema semplicità[11].
Giusto per riportare un esempio dei suoi discorsi, ne trascriviamo qui qualche riga:
[12]L’idea della lotta è antica quanto la vita stessa e in questa lotta il più forte, il più abile, vince, mentre il meno abile, il debole, soccombe. La lotta è la madre di tutte le cose… Non è secondo i princìpi dell’umanità che l’uomo vive ed è in grado di elevarsi al di sopra del mondo animale, ma soltanto mediante la più brutale delle lotte. Dio non agisce diversamente; Dio all’improvviso scaraventa le masse dell’umanità sulla terra e lascia che ciascuna agisca per la propria salvezza. Gli uomini si spodestano a vicenda, e ci si rende conto che, alla fine, è sempre il più forte che trionfa. E non è forse questo l’ordine più razionale delle cose? Se fosse altrimenti, niente di buono sarebbe mai esistito. Se non rispettassimo le leggi della natura, se non imponessimo la nostra volontà secondo il diritto del più forte, giorno verrebbe in cui gli animali selvatici tornerebbero a divorarci, e poi gli insetti divorerebbero gli animali selvatici, e alla fine sulla terra resterebbero soltanto i microbi[13].
Come si capisce dalle parole di Richter, tutti ignoravano negli anni trenta ciò che Hitler sarebbe divenuto in seguito; nessuno poteva immaginare che avrebbe scatenato una guerra. Anche se quasi tutti i suoi progetti erano scritti nel suo libro (Mein Kampf). Pochi però l’avevano letto o, se lo avevano fatto, ancora meno persone l’avevano preso alla lettera, molti infatti lo avevano deriso, ritenendo che contenesse solo idee bislacche e senza senso. Hitler probabilmente non aveva già creato tutto nella sua mente e neppure queste brillanti idee lo illuminarono quando prese il potere: per fare un esempio, egli non diventò razzista nel 1933, ma lo era già prima, secondo alcuni già durante il suo soggiorno a Vienna. Tuttavia, queste idee erano probabilmente semplici aspirazioni che vennero delineandosi nella sua mente mano a mano. Forse, se molte persone avessero preso maggiormente in considerazione le sue parole, tutto ciò non si sarebbe verificato; se molti si fossero resi conto che colui che avevano approvato era un incapace, le cose sarebbero andate diversamente. La storia è importante perché dovrebbe aiutare ad imparare dagli sbagli e forse è proprio per questo motivo che si continua a discutere su di lui, per questo è importante che tutto ciò non venga dimenticato. Molte persone ancora oggi cercano di tramandare ad altre persone, più giovani, quello che hanno visto e provato sulla propria pelle. Non lo fanno per essere compatite, ma semplicemente perché possiamo renderci conto degli sbagli che furono fatti e per fare in modo che tutto ciò non si verifichi più.
Pinerolo, maggio 2006 Marica Barile
[1] Joachim FEST, Hitler una biografia, Garzanti libri. p. 7.
[2] Ivi, p. III.
[3] Ivi, p. 9.
[4] Ivi, p. 20.
[5] Uno degli aiutanti di Hitler.
[6] Cit. in Laurence REES, Nazisti, Newton & Compton. p. 48.
[7] Cit. in L. REES, Nazisti, cit., p. 49.
[8] Vice ministro tedesco degli approvvigionamenti alimentari.
[9] Cit. in L. REES, Nazisti, p. 49.
[10] Raul HILBERG, Carnefici, vittime, spettatori, Mondatori, p. 14.
[11] Cit. in L. REES, Nazisti, cit., p. 30.
[12] Discorso pronunciato da Hitler tenuto a Kulmbach il 5 febbraio 1928.
[13] Cit. in L. REES, Nazisti, cit. p. 31.