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Agli inizi del XX secolo, nel 1905, nacque da una famiglia benestante di Mannheim colui che in seguito sarebbe divenuto uno degli uomini più potenti del Reich e senza dubbio uno di coloro che ebbero più influenza su Adolf Hitler: Albert Speer.
Durante la sua giovinezza, grazie alla posizione agiata della famiglia che possedeva una piccola fabbrica, Speer ebbe la possibilità di frequentare ottime scuole e, sotto la spinta paterna, di frequentare la facoltà di architettura prima a Karlsruhe, poi a Monaco, completandoli quindi al politecnico di Berlino[1]; nonostante alcune difficoltà finanziarie dovute all’inflazione che travolse il marco tedesco nel dopoguerra, riuscì a completare gli studi brillantemente e a laurearsi all’età di venti anni. Notato per la sua abilità, venne chiamato a far parte di un’équipe di tecnici da inviare in Afghanistan per la creazione di una scuola con la quale ci si proponeva di sviluppare l’architettura locale, ma questo progetto sfumò per il colpo di stato che, nel 1928, destituì il governo filotedesco[2].
Dopo essersi sposato, il giovane continuò pertanto la sua attività di architetto a Monaco, dove attirò l’attenzione prima di Goebbels e poi dello stesso Hitler, il quale fin da giovane sosteneva di avere un innato amore per l’arte, in special modo per l’architettura. Nel 1933 Hitler, sempre più colpito dallo straordinario talento di Speer nel progettare edifici sontuosi, imponenti e monumentali, degni quindi del Reich, lo nominò suo architetto personale. Speer aveva solo ventotto anni. Gli fu commissionata la costruzione di molti edifici, incluso il progetto dello stadio di Norimberga, progetto a dir poco grandioso: doveva essere uno stadio in grado di contenere 400.000 spettatori e tre volte più grande del volume della piramide di Cheope in Egitto[3].
Dal 1936 in poi, Albert Speer fu impegnato nella costruzione e nella riqualificazione di Berlino; secondo i piani di Hitler, infatti, la città avrebbe dovuto cambiare completamente volto e divenire così la degna capitale del nascente Reich. Fu così che nacquero progetti su progetti per ridisegnare vaste zone della capitale secondo ideali di grandezza: Berlino si arricchì di lunghi viali ed edifici imponenti con facciate classicheggianti; Speer, infatti, si ispirò all’architettura greco-ellenistica, adattandola alle esigenze megalomani del regime nazista. L’opera più nota di Speer fu la nuova Cancelleria, completata in un solo anno (1938-39), che però andò distrutta a seguito dei numerosi bombardamenti alleati sulla città.
I progetti dell’architetto del Reich continuarono a esser realizzati anche a guerra iniziata, ma subirono un congelamento a partire dalla metà del 1941, quando fu chiaro che la guerra avrebbe assorbito in misura sempre maggiore le energie dello stato tedesco, ormai impegnato su numerosi fronti. Il lavoro di Speer come architetto fu eccezionale e in seguito egli sarebbe stato soprannominato “l’architetto del diavolo”. Tuttavia, con il protrarsi della guerra, la sua carriera sembrava destinata a un vicolo cieco quando, inaspettatamente, a seguito della morte di Fritz Todt, ministro degli armamenti, si aprì per Speer un nuovo mondo che, pur non essendo a lui del tutto sconosciuto, presentava molte incognite. A partire dal 1942, infatti, e fino al 1944 egli fu il successore di Todt nella direzione del potente ministero degli Armamenti[4]. Tale scelta da parte di Hitler fu dovuta alla grande fiducia che il Führer riponeva in lui, fiducia che fu ampiamente ripagata dagli eccellenti risultati che Speer ottenne.
In poco tempo Speer sviluppò una notevole capacità di organizzare la produzione industriale e si fece apprezzare per la sua grande abilità nel gestire e coordinare gli sforzi produttivi, massimizzandoli, in una Germania che lentamente si avvicinava al tracollo militare e economico. Egli ordinò che fossero utilizzati, come manodopera, i prigionieri dei campi di concentramento. Nel perseguire i suoi obiettivi fu privo di scrupoli e si scontrò molte volte con gli altri gerarchi nazisti sia per il suo cinismo sia per rivalità, personali e di lavoro. Si trovò spesso in contrasto con Himmler, proprio sulla questione dell’uso dei prigionieri di guerra e dei deportati ebrei: Speer non voleva che venissero sfruttati direttamente dalle SS all’interno dei lager e per questo più volte finì per ignorare ordini impartiti dallo stesso Himmler. Il ministro degli Armamenti non era certo preoccupato per le sofferenze dei lavoratori: suo unico obiettivo era garantire a fabbriche e imprese manodopera in grado di lavorare. Le industrie e le macchine erano la sua priorità; gli operai, invece, erano importanti in quanto forza lavoro e non come esseri umani: non gli interessava se erano ebrei, slavi, prigionieri alleati o dei paesi occupati, l’importante era che svolgessero il proprio lavoro bene e con costi di mantenimento non eccessivi. L’uomo era visto esclusivamente come strumento, un semplice ingranaggio nella catena produttiva[5].
Molte sono le testimonianze tratte da documenti ufficiali in cui Speer protesta per il “trattamento scadente” dei suoi operai in quanto denutriti, ma in tali documenti emergono chiaramente i motivi di tali proteste: la forza lavoro denutrita non produceva come e quanto gli operai che ricevevano con i pasti un giusto apporto calorico.
Durante la guerra i tecnici nazisti riuscirono a costruire le cosiddette “Armi segrete del Reich”: i missili V1 e V2; questi missili vennero prodotti dai deportati nel lager di Dora, in particolare all’interno delle gallerie scavate nelle colline del Kohnstein, nelle quali i prigionieri vivevano notte e giorno. In un primo tempo, Speer si oppose energicamente alla costruzione di tali missili, perché li riteneva inutili per la vittoria finale e semplicemente uno spreco di risorse umane e materiali[6]. Nonostante la sua protesta, il progetto andò avanti e fu proprio Speer a ordinare che, per assicurare una produzione più costante, venissero migliorate le condizioni di vita degli operai-schiavi, che comunque rimasero precarie anche dopo la costruzione di baracche esterne alle gallerie. Alla fine entrambi i missili risultarono relativamente imprecisi e furono usati solo contro grandi città. Le V1 potevano essere distrutte facilmente in volo da caccia convenzionali, ma contro le V2 non vi era difesa possibile. Durante la guerra i tedeschi riuscirono a lanciare circa 4000 V2, soprattutto contro obiettivi inglesi, in special modo su Londra.
A partire dal 1944, resosi conto della follia di una guerra ormai persa da tempo ma che fino a quel momento si era retta, a suo avviso, solo grazie alle sue capacità organizzative, Speer cercò dapprima di convincere Hitler alla resa; lo fece sia di persona sia attraverso lettere in cui dichiarava apertamente che la guerra era persa (affermazione che ad altri gerarchi costò molto cara). Visti i ripetuti fallimenti, partecipò addirittura alla programmazione di due attentati per eliminare il Führer stesso, entrambi però destinati al fallimento[7].
Al processo di Norimberga si assunse ogni responsabilità sul suo operato e dichiarò che il popolo tedesco non era corresponsabile di ciò che era avvenuto. Venne assolto dall’accusa di crimini contro l’umanità e gli fu tolta la responsabilità delle deportazioni in massa di lavoratori, ma i giudici affermarono che quando aveva trasgredito agli ordini di Himmler lo aveva fatto solo per ragioni utilitaristiche e non umane né etiche. Speer fu condannato a vent’anni. Nelle sue memorie, scritte nel periodo successivo alla sua detenzione, si può notare il tentativo di presentarsi come una persona che – in seguito a una presa di coscienza - prova umiltà e vergogna per ciò che la guerra e lo sterminio di massa rappresentarono per il mondo intero. Morì a Londra nel 1981.
Pinerolo, aprile 2007 Fabrizio Laurita
Bibliografia
Cfr. David BALDINI, Le tre parole della derisione. Arbeit Macht Frei, in
http://www.valorescuola.it/mioweb/memoria/arbeit.htm (consultato nell’aprile 2007);
Eugene Davidson, Gli imputati di Norimberga. Hermann Wilhelm Goring, Rudolf Hess, Martin Bormann, Albert Speer... La vera storia di ciascuno dei ventidue fedelissimi di Hitler processati per crimini contro l'umanita dal Tribunale alleato, Roma, Newton & Compton, 2003;
Albert SPEER, Memorie del Terzo Reich, Milano, Mondadori, 1972.
[1] Cfr. Albert SPEER, Memorie del Terzo Reich, Milano, Mondadori, 1972.
[2] Ivi, p. 19.
[3] Ivi, p. 82.
[4] Ivi, pp. 236 ss.
[5] Cfr. David BALDINI, Le tre parole della derisione. Arbeit Macht Frei, in
http://www.valorescuola.it/mioweb/memoria/arbeit.htm (consultato nell’aprile 2007).
[6] Cfr. Eugene Davidson, Gli imputati di Norimberga. Hermann Wilhelm Goring, Rudolf Hess, Martin Bormann, Albert Speer... La vera storia di ciascuno dei ventidue fedelissimi di Hitler processati per crimini contro l'umanita dal Tribunale alleato, Roma, Newton & Compton, 2003.
[7] A. SPEER, Memorie del Terzo Reich, cit., p. 603.